LORENZA TRUCCHI

2015

Luce e Suono.
L’ombra e il suo richiamo.
L’alta decorazione corre parallela ad una costruzione paziente. Rigore e fantasia gioiosa. Un mondo plastico e una ricerca grafica sapiente e nello stesso tempo del tutto insolita.

 

 

MARIA TERESA BENEDETTI

2015

La compattezza, la coerenza
la ferocia di Alessandra Porfidia
sono il segno di una personalità agguerrita ma aperta, alle suggestioni
più intense e profonde che può dare una ricerca svolta con assoluta passione

 

 

VITTORIA BIASI

2011

Per creare una tale opera, l’artista Alessandra Porfidia ha utilizzato materiali semplici,ma in grado di rappresentare il suono mediante la vibrazione della linea, dei volumi e di una ricerca che per natura la porta a creare un nuovo tipo di astrazione. Il colore dei materiali dà agli ultimi lavori un’ aura santa e le linee esplicite, dei corpi appaiono melodiose, come se la
scultura avesse vita.

 

 

CARLO MELLONI

1999, Giornale dell’Arte

L’itinerario artistico di Alessandra Porfidia, prevalentemente scultoreo, è contrassegnato da una diacronica sequenza di passaggi sperimentali, ciascuno dei quali maturato in un clima, per dirla con Argan, di progetto e destino.

Se tralasciamo le iniziali prove all’insegna di un figuralismo volumetrici, mutuato da un Lauren o da un Moore, osserviamo che all intenzionalità formale di questa artista corrisponde ogni volta l’adozione di un preciso materiale.

Dalle sculture in acciaio del 1988, spesso di grandi dimensioni, liberamente espanse nello spazio aperto, simili talvolta a misteriose vele emergenti da un ipotetico oceano, alle quasi coeve sculture in bronzo e marmo, dove appaiono i primi motivi vegetali, alle successive opere plastiche in pietra e cemento con cui l’artista tenta di definire ambiti spaziali entro i quali la scultura respira e si anima, fino alle ultime elaborazioni plastiche in cemento fuso e polvere di bronzo, con le quali l’artista romana sembra voglia far tabula rasa di ogni precedente esperienza, avventurandosi in un genere di plasticismo privo di ridondanze, asciutto ma lievitante, oscillante tra una sorta di neo-minimalismo, la seduzione delle composizioni a menhir, “Gruppo organico” del 1992 o del ciclo del “Teatro del corpo” e la spinta verso le forme turgide e conchiuse di un Aro o di un Brancusi (Figura del 1995).

 

 

ALESSANDRA PORFIDIA

1998

Il mio lavoro “Big Composition” in acciaio nero è una figura femminile con un’architettura che riprende il paesaggio naturale.

Un ciclo di opere intitolato “Lanscape- Figures” nasce dall’esperienza industriale del materiale presso la  Società delle Fucine di Terni iniziato  nell’anno 1988 e concluso nel 1998 con l’opera Big Composition. Riguardo al concetto, sono profondamente interessata alla relazione vitale tra uomo e natura.

Le mie sculture in acciaio sono la sintesi formale dell’ambiente naturale e dell’uomo in un complesso unificato. “Big Composition” è una sorta di dichiarazione di utopia di armonia, metafora della coscienza umana della natura e delle sue radici. Un desiderio sostenibile. Riguardo ai materiali, apprezzo molto la risposta di ciascun materiale e mi piace lavorare con materiali diversi, come pietra, cemento, bronzo, acciaio, ma anche con materiali nuovi di recente produzione come il plexiglass e il pvc.

 

 

GIORGIO DI GENOVA

1999 Verona

Mostra IDIOMI della scultura Contemporanea

Dall’età della pietra con la Porfidia passiamo all’età del ferro. Le sue sculture in lamiere d’acciaio ritagliate e dipinte di nero si propongono come Le ombre di quei convitati di pietra che sempre sono le sculture in marmo. Certo la lezione degli stabiles di Calder deve aver avuto qualche ruolo per queste “ombre” plastiche della Porfidia. È un segno dei tempi, di questi nostri tempi in cui sempre più si vanno attuando […]connubi tra pittura e scultura: anche la Porfidia può esservi inserita.

LORENZA TRUCCHI

1999
Pubblicata sul Giornale dell’ARTE
(Alessandra Porfidia sculture al Castello – Complesso Monumentale di Montecchio Vesponi)

La scultura di Alessandra Porfidia intrattiene con lo spazio un rapporto squisitamente estetico, vivificato , di volta in volta, dalla luce. Più che come strutture o volumi , le opere di Porfidia si configurano come composizioni tridimensionali di indubbia suggestione lirica dov’è continuo è l’interscambio tra realtà e astrazione . Caratteristica precipua è un idea germinale di natura . Tutte le opere variamente realizzate in marmo , cemento, acciaio, travertino, partono infatti da un nucleo, una cellula, un seme, ovvero da una forza centrifuga che esplode. Si apre, fiorisce, evocando via il corpo umano o un albero, una danza o le onde del mare. Artista di rara consapevolezza critica, Alessandra Porfidia ha acquisito un proprio linguaggio nello studio di pochi ideali maestri, primi tra tutti Moore, Matisse ed Arp, dai quali deriva l’attenta indagine dei materiali, la predilezione per la linea  limpida e l’interesse per immagini morbide, procreate , parrebbe, da incessanti metamorfosi. Le sue sculture in Acciaio hanno una partenza grafica e del segno deciso e sinuoso mantengono il ritmo spaziale ed il motore dei profili. Ma vi e anche non meno determinante, un un referente con la pittura a plat. Più che come forme e volumi le sculture della Porfidia si configurano come immagini che danno luogo a composizioni tridimensionali articolate in “situazioni’ di grande suggestione lirica dov’è continuo è l’interscambio sia tra realtà e astrazione, sia tra uomo e natura. Lorenza Trucchi ( tratto dal catalogo Porfidia 1999 Sculture/Sculptures.)
Ci metterei un profilo diverso della scultura di Osaka dove si vede il vuoto o una struttura

 

IVANA D’AGOSTINO

2000 Ovvero della dissimulazione e della non solo apparenza

Visitare lo studio di Alessandra Porfidia vuol dire stabilire immediatamente un impatto diretto con l’essere e l’apparire della scultura. La forma possente, volumetrica, la sodezza plastica che si rivelano con eccezionale evidenza nelle sue sculture, intendono dichiarare all’istante la loro diretta filiazione dalle radici più autentiche della grande tradizione monumentale della scultura in marmo, pietra e bronzo. Tuttavia è proprio lei, l’artista, dotata di una chiarezza esemplificativa dei propri intenti di una lucidità a dir poco cosa rara, a spiegare subito di quali materie sia spesso costituita l’anima delle sue sculture e del come, a contrasto della loro apparenza non di rado imponente, la forma impliciti al suo interno il vuoto. La Porfidia gioca costantemente con perizia magistrale nell’arte di dissimulare il corpo della scultura. Il polistirolo da lei usato per Torso del ’97, per Teatro del Corpo 4 e Teatro del Corpo 6, entrambe opere del ’96, predispone l’idea della forma scultorea realizzata con questo materiale ad una estensione di superfici mai interrotte, là dove sia i margini che le superfici si costituiscono come vincoli di appartenenza di realizzazioni plastiche basate sull’economia della forma. Ma la forma, una volta costituita dall’artista nella resina sintetica del polistirolo in tutta la sua apparenza plastica, dissimula la scarsa consistenza di questo materiale piuttosto leggero, con l’uso di tutti quei processi di lavorazione delle superfici, di realizzazione di patine, che sono alla base della grande tradizione scultorea. Questo modo di realizzare la forma è tuttavia lontano sia dalla spettacolarizzazione dell’arte che dallo scenografismo scultoreo. La Porfidia usa le materie plastiche e il cemento come ulteriori opportunità estensive dello sperimentare, per accrescere al massimo la tensione delle linee e le possibilità d’indagine e dilatazione della forma. Come avviene in Teatro del Corpo 1 del ’96, opera realizzata in cemento, dove la ricostituzione della forma tridimensionale dalla sconnessione in tasselli della matrice in gesso, ottenuta a sua volta dal modello in creta, assume il senso di vera nascita della scultura con un nuovo materiale. Ma non basta. La scultrice già dal ’95 lega la propria ricerca plastica allo studio sul segno. La forma si accresce quindi d’interventi pittorici il cui senso è stabilire una connessione dialettica tra la fisicità scultorea e la tensione psichica del gesto segnico. Ecco allora che la dissimulazione dell’incoerenza del corpo interno della scultura, realizzato con materiale dissimile dalla sua apparenza, con la lavorazione delle superfici patinate, trattate secondo i modi della grande tradizione plastica, di cui si è detto, si accresce di ulteriori apparenze fatte di gestualità segnico-pittoriche fortemente legate ad una serie di bozzetti (di cui alcuni sono in mostra) che le prevedono, e che non casualmente, si legano alle sculture del ciclo del Teatro del Corpo.

 

 

IVANA D’AGOSTINO

2007 Bianchi Territori. Ambienti scultorei

Iniziata già nel 2004 con i grandi pannelli scultorei pendants per la personale Colloqui 1994-2004 dell’università di Tor Vergata, la ricerca di Alessandra Porfidia prosegue nel l’analisi dei Bianchi territori della scultura disponendosi ad un’indagine spaziale ancor più avanzata, ma che da lì trae la sua origine, con l’ambiente scultoreo pensato appositamente per o spazio dello Studio Arte Fuori Centro.
La riflessione di Alessandra sullo specifico scultorei, percepito nei pannelli dell’Università come spazi della riflessione e della sospensione del pensiero Zen, trova giusto traguardo e compimento nella sua installazione ambientale per lo studio romano. Tutto quanti nei rilievi plastici di Tor Vergata già faceva comprendere il nuovo orientamento della sua ricerca plastica – più essenziale- e mediatamente rarefatta rispetto ai precedenti “Teatri del corpo” del 1996 – attraverso le diverse texture dei vari tipi di carte bianche usate, e dei segni tracciati in economia, trova maggiore respiro e adeguato compimento nello sviluppo dello spazio realizzato  per la galleria romana, risolto come un bianco paesaggio di suggestione orientale adatto a silenti soliloqui, e sospensioni del pensiero. Un luogo , questo, adatto alla “meditazione occidentale”, modellato con gli stessi segni  astratto-geometrici dei pannelli plastici e dei rilievi, anch’essi rigorosamente bianchi, con cui la Porfidia risolveva i suoi Haiku del 2001.
Sicuramente giocano a favore dell’innovativo corso da un certo momento dato alle soluzioni plastiche , in precedenza memori dei volumi e delle sodezze antropomorfe di Moore e del Matisse scultore (S.Gallo), l’esperienza giapponese della Triennale di Scultura  di Osaka del 1998, che nell’edizione , sempre di quell’evento, del 2001, confermava la sua presenza anche in modo più autorevole in veste di rappresentante dell’Italia( per la scultura).
La riflessione sull’Oriente , sulla linearità orizzontale dell’architettura per abitazione giapponese, su certi paesaggi disegnati per successione di piani e sulle soluzioni plastiche ottenute per sovrapposizioni e contiguità, piuttosto che attraverso volumi matericamente espansi, conduce la Porfidia ad adottare nuovi materiali ed interventi cromatici, più adatti ad esprimere un nuovo concetto di scultura.
La sobrietà rigorosa che sostanzia il pensiero Zen sotteso alla sospesa transitorietà del mondo fluttuante conduce naturalmente Alessandra a sostituire il cemento, il bronzo e il ferro, con fogli e pannelli di forex di vario spessore.
Esclusivamente bianco, questo innovativo materiale termoplastico, tagliato industrialmente con un sistema computerizzato che non concede ripensamenti, traduce in tagli precisi le informazioni che riceve dal progetto grafico dell’artista. Si stabilisce così una evidente distanza rispetto a ricerche plastiche precedenti- tra esse , i Teatri del Corpo a cui si è accennato- che potevano prevedere, per esempio col cemento, l’adozione di una progettualità in itinere della forma plastica, aperta a modifiche e ripensamenti dell’artefice, resi possibili attraverso il procedimento del togliere e dell’aggiungere. Nulla di ciò è più possibile, in quei termini, in questa nuova forma di sperimentazione – una tra quelle con cui l’artista si esprime- intenta ad elaborare il concetto di scultura  come progetto preordinato; un sistema compiuto e inalterabile di segni e di piani che compongono il bianco organigramma dei suoi paesaggi ambientali : nuovi spazi fisicamente dati, ma risolti, piuttosto come territori della mente.

 

 

PAOLA BELLESI

2014 Centro Luigi Di Sarro
Questioni di Spazio

Alessandra Porfidia muove dal concetto di esperienza dello spazio, dalla Erfahrung, per concentrare la sua ricerca sul fahren, il viaggiare da un territorio all’altro, facendo del transito, dello spostamento e dell’attraversamento la cifra della sua poetica.
Così i Bianchi territori, pannelli modellati con diversi materiali ma rigorosamente bianchi o giocati sulla bicromia bianco nero per rendere più assoluta la purezza dell’approccio analitico, l’artista descrive lo spazio scultoreo come spazio vitale.
La sua investigazione, puntuale e attenta alle ragioni della scultura, quando nel 2001 incrocia la riflessione orientale trova  nuova linfa vitale per aprire nuovi varchi e nuove dimensioni spaziali  che nei Paesaggi ambientali diventano giardini segreti da coltivare per la cura del corpo e dell’anima. Nei suoi giardini l’artista predispone il luogo del tempo sospeso in cui ogni cosa “riposa” semplicemente in se stessa dopo aver viaggiato nella libera vastità ed essere approdata ad un porto sicuro dove sostare, ma sempre pronta a ripartire verso altri luoghi ed altri orizzonti. Dunque l’artista elabora lo spazio dell’opera come spazio della mente che riflette sul suo incalcolabile destino di preparare il luogo dell’essere e dell’abitare. Con grande abilità tecnica, sicura professionalità e con il linguaggio primario dei segni articolato secondo la dialettica vuoto/ pieno, Alessandra Porfidia affida alle sue  opere la possibilità di instaurare luoghi e progettare “aperture” che restituiscono all’arte la dimensione progettuale ma anche profetica di “ fare spazio” per poter coltivare-costruire il mondo. […] Consapevolmente immersi nella complessità del presente , questi lavori si presentano come vere e proprie sacche di resistenza contro le più stridenti e subliminali  omologazioni del gusto e dei linguaggi e invitano ad indirizzare lo sguardo verso più vaste aperture di senso che indicano all’umanità un “altrove” da raggiungere.
Opere dunque che ci vengono incontro con naturale semplicità per una degustazione estetica profonda, immersiva, il più possibile interattiva, senza filtri o mediazioni, da cui possa scaturire la passione del sentire visionario che apre nuovi spazi ed orizzonti alla nostra esistenza.